Coltivare consapevolezza.

Lunedì, 13 Gennaio, 2020 - 14:18

MARIA TUCCI | 7 Luglio 2017, ore 19.36. “Data e ora di acquisizione” della foto qui sopra. La bellezza. Lattine di bellezza. L’Awareness Campus è iniziato da cinque giorni ed io non faccio altro che fotografare. Ogni volta che vedo bellezza, senza alcuna esitazione o paura, scatto. Senza macchina fotografica invece, nel provare a camminare davvero attraverso la Schiera, nel provare a Stare senza fare niente, nel provare a parlare senza mettere niente dentro la parola, lì sì che ho avuto paura. Ma lei è stata importante.

Per arrivare alla resa, alla Presenza vera. Con le tante lattine di bellezza che vedete in foto abbiamo realizzato un mandala molto grande. Per coltivare consapevolezza. Per poi distruggerlo e il giorno successivo ricominciare. Ci sono stati tanti momenti di bellezza durante i quindici giorni del Campus: dall’attenzione per ogni passo, per ogni parola, al sorriso astemio di Elena. Dal silenzio leggero all’attesa di un accadimento. Attendevo l’accadimento anche quando, ritornata a casa, cercavo un modo per rimettere in ordine pensieri, parole, passi e spazi nuovi. Alcune sono accadute, poi. Un percorso accademico, che inizialmente odiavo, mi ha dato una strada e delle parole di ricongiunzione. Queste: “Essere, corpo, cura. Il teatro di Vacis tra Esistenzialismo e Psicopedagogia lacaniana”. E’ il titolo della mia tesi di Laurea ma anche di un nuovo punto. Un percorso, che a tante domande cerca di rispondere e non rispondere attraverso la poesia e l’Utopia.

Cos’hanno in comune l’Esistenzialismo di Martin Heidegger e la Psicopedagogia di Jacques Lacan in relazione al teatro di Gabriele Vacis (con particolare riferimento all’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona di cui è fondatore)? Qui vi lascio altre domande (forse senza risposta) e alcune parole (forse anche troppe) che raccontano il percorso di cui sopra vi parlavo. Da dove bisogna partire per poter provare a dare una risposta alla domanda sull’Essere? Cos’è che ci fonda, che fonda l’Esser-ci?

Essere, corpo, cura. Un respiro poetico aiuta a comprendere. Aiuta ad andare dentro le parole, a creare silenzi. Heidegger parla di parola pura, quella che “porta l’uomo sulla terra, lo porta ad essa, e lo porta così nell’abitare.” (Heidegger 1967)

Parola pura come parola edificatrice, parola che è riuscita a non farsi strumentalizzare dal linguaggio. E insieme alla poesia: l’Utopia. Utopia non è sogno ma “quello che ci manca nel mondo”, dice Glissant, che insieme alla parola pura fa dire il mondo, lo libera dagli stereotipi e lo porta al nulla (al nulla heideggeriano). Ma cos’hanno in comune Heidegger e Lacan in risposta al lavoro di Vacis?

La parola ACCADIMENTO. Accadimento come Evento (Ereignes), termine della svolta heideggeriana. Qui l’Essere (o meglio l’Esser-ci) prende il significato di essere presente (Anwesen). Dal latino prae-s-entia; in italiano potrebbe tradursi con “appresentarsi” da appresentare: presentare, offrire, porre avanti. L’essere presente si mostra come lasciar-essere-presente che vuol dire disvelare, portare all’Aperto. In questo modo l’essere “si dà” (Es gibt), non “è”. (Heidegger 1969) L’Essere “si dà” perché “progetto gettato”, perché posto in un processo di continua trasformazione, dato dagli incontri e dalle parole degli altri.

Le parole, il linguaggio.
Accadimento come Sintomo nella psicopedagogia lacaniana.                

Attraverso alcuni importanti ed essenziali incontri (con l’altro, il Grande Altro, gli oggetti piccoli a e l’inconscio) ci si costituisce come soggetti. Ma è l’incontro con l’inconscio che porta a svelarci nella nostra originalità, nella nostra verità. L’inconscio parla, “è strutturato come un linguaggio” dice Lacan. Non è più il vaso di pandora con i suoi contenuti indecifrabili e scabrosi ma parla e lo fa attraverso il Sintomo. Attraverso di esso l’Essere si mostra nella sua autenticità: è Esser-ci.

Sono momenti unici, irripetibili.

Accadimento come momenti di rivelazione, nelle parole di Vacis. Momenti in cui ci “si dà”; si è presenti, senza sovrastrutture. Momenti in cui si accade. Un accadere che ha a che fare con lo stare. Non fare nulla, stare. Far sì che ognuno accada nel proprio tempo e nel proprio spazio: permettere il fiorire dell’altro. Come? Attraverso le pratiche teatrali della Schiera e dello Stormo che coltivano un respiro comune, avendo Cura dell’altro.

La Cura è “l’essere dell’Esser-ci” nelle parole di Heidegger. È momento costitutivo dell’esistenza, è “necessità universale della condizione umana.” (Mortari 2006). Cura come pratica di attenzione, di ascolto, di empatia/exotopia. Cura come riconoscerci mancanti, come occuparsi piuttosto che preoccuparsi. Alla base di queste pratiche di cura c’è l’accoglienza. Accogliere implica disporsi passivamente: assumere uno stato di presenza non intrusiva, che non impone; saper-attendere e lasciar-essere l’altro; stare in un “atteggiamento di attesa attiva.” (Mortari 2006)

Si potrebbe associare questo disporsi passivamente all’idea di parateatro di Gabriele Vacis e di chi, prima di lui ne aveva parlato: Grotowski, il Terzo Teatro. Ciò che si richiede non è bravura o talento ma, semplicemente, presenza. 

Stormo e Schiera come Essere-con.

Muoversi insieme, non seguire ma seguirsi. Nessuno conduce, tutti sanno dove andare, in quale direzione muoversi, con quale velocità, in che modo. Proprio come uno stormo di uccelli che si muove spesso all’unisono, ma non sempre, è cosa naturale. C’è chi si allontana ma poi ritorna; c’è chi va via e forse non ritornerà mai più. È naturale. Nel muoversi come stormo sono attento, pronto, aperto ad ogni possibilità. Apertura come presenza, vuole dire essere disponibile a essere condotto o a condurre, a ricevere e a dare.                                               

Essere Stormo, così come essere Schiera, vuole dire percepirsi come corpo intero, non solo, non frammentato. Pratiche teatrali come luoghi di attenzione, ascolto, empatia, apertura. Pratiche di cura per coltivare awareness, che non è semplice consapevolezza ma un triangolo di concetti, quali: presenza, vigilanza e consapevolezza silenziosa, così come definita da Gabriele Vacis.                                                                                                                                

Pratiche di cura per reimparare a camminare e a risuonare, per ritornare ad Essere-con.           

Bibliografia: Heidegger M., 1969, Zur Sache des Denkeins, Max Niemeyer verlag, Tubingen; tr. it., 1991, Tempo ed Essere, Guida, Napoli. Mortari L., 2006, La pratica dell’aver cura, Mondadori, Milano. Maria Tucci.

L’Awareness Campus è iniziato da cinque giorni ed io non faccio altro che fotografare. Ogni volta che vedo bellezza, senza alcuna esitazione o paura, scatto. Senza macchina fotografica invece, nel provare a camminare davvero attraverso la Schiera, nel provare a Stare senza fare niente, nel provare a parlare senza mettere niente dentro la parola, lì sì che ho avuto paura. Ma lei è stata importante.
Relazione Progetto

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