Diventare grandi e – positivamente – riconoscibili: su Elementi di struttura del sentimento (1985) – seconda parte

Elementi di struttura del sentimento non fu soltanto il frutto di un’articolata riflessione teorica – che abbiamo sintetizzato nella prima parte dell’approfondimento dedicato a questo spettacolo – ma altresì il “luogo” in cui si coagularono armoniosamente – ricorda Roberto Tarasco – «molti aspetti: narrativi, coreografici, scenografici, scenofonici, illuministici, inclusivi, che hanno caratterizzato da quel momento la nostra cifra stilistica». Narrativi: in questo lavoro acquista matura concretezza quella poetica del raccontare che è propria di Laboratorio Teatro Settimo, i cui componenti, nel programma di sala, dichiarano apertamente che «raccontare è ciò che ci interessa», specificando come questa pratica significhi anche «scoprire fra tutti i fatti quelli che sono collegati fra loro» e ciò malgrado «non sempre il filo rosso che li lega corra in superficie», poiché «talvolta come i fiumi scompare e riemerge lontano». Ne risulta, dunque, una struttura narrativa niente affatto lineare, bensì «tripartita dove, per ogni storia, come in un gioco di specchi, il presente rimanda al passato a cercarvi le radici nel ricordo, e al futuro». La compagnia parte dal romanzo di Goethe, usandolo quale flessibile canovaccio, da smontare e ricomporre, rimanendone allo stesso tempo rigorosamente fedeli: il lavoro drammaturgico consiste nell’estrapolare dalle Affinità elettive alcuni nuclei narrativi giudicati particolarmente pregnanti. Ciascuna vicenda, poi, veniva «riferita, come in una tragedia greca, a un unico luogo, catalizzatore di un’unità nascosta nel tempo. Unità raggiunta dal collegamento di segni non consequenziali messi in relazione di senso. Non si tratta di una giustapposizione di frammenti in quanto paradigmi della realtà, ma di una rete di significato,a partire da frammenti in quanto elementi di relazione fra sé e col tutto. Ogni nucleo narrativo è il risultato di una ricerca nel tempo di particolari di un unico quadro dove ciascun particolare è rimando e riferimento agli altri e all’intero. La successione temporale viene evidenziata ma costretta in un unico luogo (senso o storia). È l’ipotesi di uno spettacolo sul tempo raccontato come in una tavola diacronica».

Una scelta drammaturgica fondata sull’utilizzo di singoli e policromi tasselli per costruire un ben delineato mosaico, capace di catalizzare l’attenzione del pubblico, ammaliato anche dalla piacevole novità di quanto si trovava ad assistere, come scrisse Maria Grazia Gregori: «raramente ci è capitato di vedere uno spettacolo fatto di piccole cose, di trasalimenti impercettibili, di frammenti e soprassalti, di piccoli spiragli di luce della memoria, riuscire ad amalgamare elementi così discordanti in un complesso di coinvolgente unità poetica come questo» (Quattro personaggi in cerca d’amore, su L’Unità, 3/02/1986). Un’unità poetica resa possibile altresì dagli aspetti scenografici e illuministici dello spettacolo, armoniosamente coerenti con quello narrativo e frutto dell’evidente richiamo a precisi modelli figurativi – le recensioni citano Pollock, Luciano Damiani, Manet e l’arte dell’acquerello giapponese – così come – e non poteva essere altrimenti – alla “teoria dei colori” dello stesso Goethe. Ci sono tinte indiscutibilmente dominanti, prima fra tutti il bianco. quello: «dei camicioni delle attrici, delle lenzuola, delle tende in pizzo, dei cuscini» (Paolo Bertinetti, Struttura sentimentale secondo le ‘servette’, ne Il Corriere Alpino, 17/12/1986). E, ancora, il bianco delle piume che, risultato di un’estemporanea battaglia dei cuscini combattuta dalle protagoniste, dà origine a una inattesa “nevicata” sul pubblico. Ma ci sono poi anche il verde e il viola e quest’ultimo, come descrisse ancora Bertinetti, era protagonista, nella prima parte dello spettacolo, di un sipario particolarmente suggestivo «quando le attrici muovono con delle lunghe canne il telone appeso in alto, facendolo avanzare, leggero e sinuoso, come un cielo di nuvole sugli spettatori» (Struttura sentimentale secondo le ‘servette’, cit.). E il riferimento al movimento delle attrici ci permette di sottolineare come lo spettacolo non si fondasse certo prioritariamente sulla parola – e, fra l’altro, una delle serve è muta – ma affiancasse a essa un accurato disegno che potremmo definire senz’altro coreografico, ispirato al «lavoro fisico degli attori belgi dell’Ymagier Singulière» ma che pure «cita nella ripetitività di certi movimenti gli altri belgi di Jan Fabre» (Franco Quadri, Tutte donne meno un angelo, in Panorama, 16/2/1986) e che, ancora, segue «i dettami del teatro orientale» (Piero Perona, Splendido Goethe, in Stampa Sera, 16/12/1986). La parola non è necessaria, poi, quando a eventi ed emozioni si può alludere ben più efficacemente con oggetti e singole azioni: così la nascita del bambino di Carlotta è annunciata dalla diapositiva dell’Annunciazione, mentre la sua morte precoce «è evocata fantasticamente nel contorcersi faticoso e inutile di un cencio zeppo d’acqua» (Magda Poli, La struttura del sentimento analizzata da sei cameriere, ne Il Giornale, 30/01/1986). Per suggerire la ricchezza della festa organizzata per celebrare la costruzione della nuova casa, «schiere di bicchieri brillanti vengono tirati fuori dalle casse e disposti su una lunga fila. Basta spostarli un po’ e comporli in costruzioni per vedere, come in un plastico trasparente, il parco futuro» (dal programma di sala). E, nel finale, ecco comparire in scena «portate dai giardinieri, decine e decine di piante in vaso, a formare, come una sinfonia, un giardino all’italiana» (ibidem). Riflessioni, pensieri, sentimenti si traducono quasi naturalmente in immagini, allo stesso tempo concrete e fortemente simboliche, come spiegava Gabriele Vacis: «un’idea si converte in qualcosa di materiale, un giardino all’italiana o la vita di un bambino. Questi procedimenti di conversione sono spiegabili . A Goethe erano necessarie la chimica o la fisica dell’epoca, noi ci abbiamo individuato anche i processi bio-etologici di cui parla Henry Laborit. Attorno a questi temi – e attorno a una cultura di gruppo che è molto legata alle immagini – si è costruito lo spettacolo» (F.I.A.T., intervista a Gabriele Vacis di Roberto Canziani, in Juliet Art Magazine, n. 27 June-September 1986). Uno spettacolo che ha certamente segnato un punto – di non ritorno? – nella storia della scena contemporanea italiana.

Laura Bevione

ELEMENTI DI STRUTTURA DEL SENTIMENTO, di Curino, Diana, Fabbris, Tarasco, Vacis, Zamboni. Regia di Gabriele Vacis e Roberto Tarasco. Scrittura testi di Laura Curino. Allestimenti scenografici di Lucio Diana, Adriana Zamboni, Mariella Fabbris. Costumi di Mariella Fabbris e Adriana Zamboni. Con Gabriella Bordin, Laura Curino, Mariella Fabbris, Rosalba Legato, Cristina Torriti, Adriana Zamboni. Produzione: Laboratorio Teatro Settimo, La cittadella del teatro di Santarcangelo di Romagna.. Debutto: Rimini, Teatro Italia, 30 novembre 1985.