Che cosa significa davvero “progettare”? Su Elementi di struttura del sentimento (1985) – prima parte

La chimica posta in dialogo con la letteratura e con la vita era alla base di Esercizi sulla tavola di Mendeleev: un confronto originale e fertile di sviluppi inattesi che Laboratorio Teatro Settimo continua a esplorare nello spettacolo successivo – che segna anche, con quel premio Ubu orgogliosamente conquistato, la decisa affermazione della compagnia nel panorama teatrale italiano, come ricorda Roberto Tarasco: «grazie a quello spettacolo il teatro è diventato il nostro lavoro definitivamente, e il Teatro Settimo una vera azienda. Con quel lavoro sono nati i centri di ricerca teatrali in Italia poi divenuti teatri stabili di innovazione». Elementi di struttura del sentimento riprende un autore particolarmente amato dal gruppo, ossia Goethe – citato in Esercizi… e poi nel successivo Riso amaro, così da funzionare quale filo rosso di un’involontaria trilogia – e in particolare il suo Le affinità elettive, romanzo incentrato sul tragico scomporsi e differentemente ricomporsi di due aristocratiche coppie: Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano. A Laboratorio Teatro Settimo, nondimeno, non interessa tanto la vicenda amorosa in sé, quanto – come dichiarato nel corposo programma di sala – «un’idea che sottende tutto il romanzo e lo caratterizza inequivocabilmente: quella di progetto». E sul concetto di “progetto” e sulla dispersione di energie e sentimenti che una perversa interpretazione di quella stessa nozione comporta, la compagnia prosegue la propria riflessione, affermando significativamente che: «caratteristica del modo di pensare progettuale è la razionalizzazione dei mezzi in relazione al tempo. Ma il tempo necessario al raggiungimento dell’obiettivo è un tempo vuoto, di attesa. Solo l’opera finita interessa, non il processo, che deve quindi essere contenuto il più possibile. Tale modo di procedere presuppone il pieno controllo di tutte le variabili pena il fallimento del progetto.

È questa utopia di progetto che i quattro amici concepiscono e la loro storia è insieme la nascita e la morte di “quel” modo di progettare». Il romanzo di Goethe quale «storia di progetti incompiuti». Una meditazione che invita a concentrare attenzione ed energie sul presente anziché su un futuro quanto mai nebbioso, assumendo un atteggiamento opposto a quello tenuto dai quattro protagonisti, che «si muovono in un mondo di intenzioni, continuamente fanno progetti, sono sempre in attesa di qualcosa. Ciò che desiderano, per il quale si danno da fare, deve sempre ancora avvenire, è in potenza, assente». Da questa presa d’atto deriva la scelta drammaturgica che qualifica lo spettacolo, ovvero l’assenza dalla scena dei quattro, certo ognora citati ed evocati, ma sostituiti sul palcoscenico da quelle uniche persone che mai perdono «il contatto con la realtà» e che sole possiedono l’indispensabile «visione d’insieme», ovvero la servitù. Protagoniste del dramma sono, dunque, sei serve, che «parlano un linguaggio pacato nel quale il torinese si mescola al francese, all’italiano e ai mugolii espressivi di una piccola serva muta» (Maria Grazia Gregori, Quattro personaggi in cerca d’amore, su L’Unità, 3 febbraio 1986). Sei donne pratiche e semplici, la cui esistenza è scandita dai tempi e dai desideri dei padroni. Sei serve-giardiniere sempre presenti in scena, mentre i quattro protagonisti del romanzo sono «assenti, mancati, come i compimenti e le realizzazioni dei loro disegni». Così ancora nel programma di sala, in cui la compagnia sottolinea la natura utopica del progetto di parco elaborato dai quattro, giungendo alla logica conseguenza che non si possa affermare che «il parco è un progetto, un progetto deve potersi realizzare». E il ragionamento che segue sembra quasi una dichiarazione di poetica – oltre che un tentativo di approcciarsi in modo non troppo doloroso all’esistenza – una riflessione sull’apparente inconciliabilità fra impellenza del desiderio e protrarsi ineluttabile dell’attesa: «il tempo, anche un tempo ridotto al minimo, tendente a zero, è inalienabile e sospendere il desiderio fino alla realizzazione significa sospendere la vita». Come uscire allora da questa disperante pastoia? «Abbiamo bisogno di un nuovo modo di fare presa sul mondo, un modo che tenda all’eliminazione del tempo di inibizione del desiderio. La proposta, paradossalmente, è quella di aggiungere una variabile, quella di misurarsi con il non controllabile per antonomasia: il sentimento. Introdurre il sentimento, cioè l’infinito, vuol dire procedere per immediate modificazioni della realtà e quindi per la loro verifica continua, ma anche, inversamente, per verifica della modificazione del sentimento in rapporto all’anticipazione per prefigurazione del compimento del desiderio. Così ogni parcella spazio-temporale diventa sintomo e spia della validità del progetto. In questo modo è il processo, il divenire ad acquistare senso». Un accento sul “processo”, quasi più importante del raggiungimento dell’obiettivo finale, che qualifica la particolare modalità di intendere il lavoro artistico della compagnia, che così procede nel proprio, stringente, ragionamento: «anziché tentare di anticipare il raggiungimento dell’obiettivo riducendo il tempo, cioè avvicinare la fase progettuale alla realizzazione dell’opera, si tratta di dilatare la fase progettuale e portarla alla coincidenza anche logica con la realizzazione, senza per questo ridurre o dimenticare l’importanza dell’opera. In questo modo la lontananza o la difficoltà dell’obiettivo sono annullate dalla loro messa in relazione attuale con ogni momento del percorso dall’idea all’opera».

Ciò non significa affatto rinunciare a realizzare un progetto – innovativo ovvero ambizioso, né si tratta di «abbandonare l’utopia, ma di moltiplicarla per ogni confronto con ciascun punto della successione temporale. La nostra ipotesi, il nostro progetto non è di ridurre la portata del desiderio ma di proiettarlo sul tempo della realizzazione, ora tutto il tempo necessario. Lo chiameremo progetto eterotopico». “Eterotopia”, termine coniato da Michel Foucault per indicare non tanto un tempo quanto uno spazio in cui i normali rapporti fra realtà e irrealtà risultano sospesi ovvero alterati; ed è indicativo che, fra gli esempi di spazi eterotopici, il filosofo francese indicasse proprio i teatri… Ma Foucault non è che una suggestione, una fiammella che scalda un “progetto” di teatro originale e composito, infinitamente dilatato nello spazio tanto da sussistere, vivo e palpitante di desiderio, ancora oggi.

Laura Bevione

 

ELEMENTI DI STRUTTURA DEL SENTIMENTO, di Curino, Diana, Fabbris, Tarasco, Vacis, Zamboni. Regia di Gabriele Vacis e Roberto Tarasco. Scrittura testi di Laura Curino. Allestimenti scenografici di Lucio Diana, Adriana Zamboni, Mariella Fabbris. Costumi di Mariella Fabbris e Adriana Zamboni. Con Gabriella Bordin, Laura Curino, Mariella Fabbris, Rosalba Legato, Cristina Torriti, Adriana Zamboni. Produzione: Laboratorio Teatro Settimo, La cittadella del teatro di Santarcangelo di Romagna.. Debutto: Rimini, Teatro Italia, 30 novembre 1985.