Punti di partenza: il Laboratorio Teatro Settimo (1)

In questi mesi abbiamo avuto molti osservatori durante i laboratori “awareness”. In alcuni casi sono diventati i “diariobordisti” sul nostro sito contribuendo al racconto di ciò che stava accadendo, in altri “ottimi interlocutori” per comprendere come indirizzare il lavoro ricordando i punti di partenza ovvero le radici dell’Istituto. Tra questi ultimi c’è Laura Bevione, insegnante di Lettere e critica teatrale per Hystrio (Milano) e PAC Culture (Roma). Laura conosce da tempo Gabriele Vacis, in un pomeriggio estivo durante il campus alle Fonderie Limone ci ha raccontato cosa significasse per lei andare al Teatro Garybaldi negli anni Novanta e incontrare l’ambiente del Laboratorio Teatro Settimo. Ci ha raccontato con precisione un ambiente dove il teatro e lo spettacolo erano centrali quanto la possibilità di “stare” prima e dopo gli spettacoli insieme agli artisti e agli altri spettatori. Un luogo in cui l’ambiente relazionale era il vero spettacolo, oltre alla programmazione: nel foyer e nella cucina come in sala teatrale. Così, in queste settimane ci siamo incontrati e ripromessi la scrittura di un primo racconto sul suo punto di vista provando a rintracciare i “punti di partenza” di quello che oggi chiamiamo Istituto ma che ha radici lontane. Vorremmo che questa sezione del sito – tutta da costruire insieme a Laura – fosse un appuntamento costante, una maniera per lasciare traccia sulla storia che precede questo momento. Buona lettura. Andrea Ciommiento

Punti di partenza: il Laboratorio Teatro Settimo 

Ma da dove spunta l’idea dell’Istituto? Vagheggiamento, fata morgana, velleitarismo? Nulla di tutto ciò. Il progetto dell’Istituto è l’ultima tappa di un percorso iniziato più di quarant’anni fa nella grigia periferia torinese da un gruppo di giovani con nessuna formazione teatrale “istituzionale” ma mossi dal desiderio di fare qualcosa insieme, coinvolgendo in primo luogo il territorio in cui si erano trovati a nascere e crescere. Il Laboratorio Teatro Settimo, prima di essere una delle compagnie che ha ridefinito i parametri del teatro italiano e “inventato” un modo di stare in scena con cui si sono dovuti confrontare, imprescindibilmente, le compagnie e gli artisti emersi nei decenni successivi, è stato un gruppo di amici che voleva “fare qualcosa”. E questo qualcosa si è tramutato in laboratori, rassegne, interventi urbanistici sul territorio di Settimo Torinese e, ovviamente, in spettacoli che, sulla scia, ma in direzione differente, delle avanguardie teatrali degli anni Settanta, coniavano un nuovo linguaggio drammaturgico. Autori classici e suggestioni eterogenee erano la fonte di messe in scena – frutto di lavoro collettivo – in cui immagine/visione, corpo, parola, musica scrivevano un discorso univoco e sovente inatteso, con invenzioni originali ed evocative che, prevedevano, per esempio, l’utilizzo non ordinario di oggetti ordinari – palline da tennis e bottoni, bicchieri e coperte…

Un percorso di ricerca e creazione che si nutriva inevitabilmente del confronto con “maestri” – da Grotowski alla Mnouchkine – e della masticatura e riformulazione dei loro stilemi e riflessioni. Un percorso che, ora, giunge all’ideazione del progetto dell’Istituto che di quell’esperienza è il frutto più recente e, insieme, il punto di partenza per un’ulteriore tappa, in cui quanto sperimentato e tentato negli anni trascorsi viene ancora una volta rimasticato e rimodulato così da esplorarne le apparentemente infinite potenzialità espressive e creative. Ma poiché forse le tappe precedenti del percorso non sono note a tutti (questione di anagrafe e di smemoratezza), abbiamo pensato di ripercorrerle con brevi “pillole” che corrispondono ad altrettanti punti di partenza, inizi che, ogni volta, riformulano e complicano quanto raggiunto al termine della tappa precedente. “Pillole” che vogliono essere assaggi, stimoli alla conoscenza e prove di come anche un apparante vagheggiamento possa tramutarsi in duratura realtà.

Teatro scientifico? Su Esercizi sulla tavola di Mendeleev (1984)

Il mercurio, unico metallo allo stato liquido, capriccioso e mutevole come le giovani ospiti di un collegio femminile che si immergono spensierate in una piscina; il piombo, pesante come il rancore e letale come un’esplosione; i gas inerti – elio, argon, neon – volatili e inconsistenti come un’esistenza ormai giunta al suo epilogo.

La tavola elaborata dal chimico russo Mendeleev è il propulsore di uno spettacolo che parte dalla scienza per raccontare i sentimenti umani, mescolando testi divulgativi e l’Eneide, Foucault e la cronaca italiana, Goethe e film quale Picnic a Hanging Rock. Associazioni, pensieri, passioni che si trasformano in immagini raffinate e di grande effetto: teli bianchi, palline da ping pong, palloni aereostatici. “Visioni” suggestive e coinvolgenti e che, nondimeno, «non sono solo belle immagini, ma ci suggeriscono uno spessore narrativo e figurativo molto forte» (Maria Grazia Gregori, Aria, piombo e mercurio, su L’Unità, 17/07/1984).

Nel programma di sala la compagnia, esplicitando ispirazione e necessità all’origine dello spettacolo, spiega appunto come la propria ricerca miri a coniugare l’attenta cura all’aspetto visivo con un’altrettanto approfondita ricerca di senso. Si afferma, infatti, come Esercizi sulla tavola di Mendeleev nasca: «dall’esigenza di coniugare momenti di spettacolarità urbana con una struttura drammaturgica e di narrazione che dia significato a immagini che nel teatro di oggi spesso sono ridotte a puri significanti, vuoti di senso». Gli artisti di Laboratorio Teatro Settimo continuano, spiegando come «la tavola di Mendeleev, che ordina gli elementi della natura secondo il loro peso atomico, è stato quindi lo spunto narrativo e immaginifico per uno spettacolo che proprio grazie alla sua struttura a incastro, a caselle, non si adatta agli spazi che lo ospitano, ma li modifica e li valorizza in relazione alla propria presenza».

Allo spettacolo, infatti, non può bastare un tradizionale palcoscenico bensì esso richiede uno spazio all’aperto, un parco ovvero un ampio cortile, in cui la distanza fra pubblico e attori sia annullato e il punto di vista ognora cangiante: un «luogo di avvenimenti, un’installazione in continuo movimento da scoprire continuamente, attimo per attimo» (Walter Porcedda, Quelle ragazze sono fatte di mercurio, su La Nuova Sardegna, 3/08/1985).

Una peculiarità che predestina Esercizi sulla tavola di Mendeleev a tournée soltanto estive: dopo il battesimo all’edizione 1984 del festival di Santarcangelo, curata da Roberto Bacci, nell’anno successivo lo spettacolo, dopo una replica nel parco di Villa Bria a Gassino, è ospite di varie rassegne internazionali – Madrid, Barcellona – e inaugura il festival di Salisburgo diretto da Von Karajan. Di quell’esperienza, unica, raccontava Antonia Spaliviero: «Nessuno, oltre Von Karajan e i suoi musicisti, aveva mai messo
piede su quel palco; noi abbiamo rappresentato un momento di rottura, voluto dai giovani salisburghesi che volevano cambiare qualcosa. La festa è, infatti, una cosa molto borghese e seria: per esempio gli ospiti di riguardo, in smoking e abito da sera, assistono ai concerti dai palazzi prospicienti. Nella scena in cui un’auto esplode tutti sono scattati in piedi allarmati. Poi alla fine è stato un applauso enorme» (su Stampa Sera, 19/08/1985).

Un’esplosione reale e una metaforica, quella di un gruppo che, con questo lavoro – articolato ed eterogeneo, precisissimo e visionario – conquista la critica nazionale – e internazionale – e conia un nuovo linguaggio drammaturgico, che si rivela immediatamente non classificabile, come ricorda Roberto Tarasco: «lo spettacolo era considerato postmoderno dai terzoteatristi, per la cura delle immagini, delle musiche, delle luci; i postmoderni sostenevano d’altro canto che fosse terzoteatrista perché troppo preciso, troppo puntuale».

Era, semplicemente, uno spettacolo del Laboratorio Teatro Settimo, frutto, peraltro, di esperienze e letture eterogenee: il progetto Teatro scientifico che la compagnia conduce con Leo Bassi e il teatro dell’H2O a Firenze e il laboratorio realizzato con i ragazzi di Settimo Torinese nell’ambito dell’iniziativa “Il giro del mondo in venti giorni”; e poi vari libri di divulgazione scientifica e La teoria della natura e dei colori di Goethe, Foucault – da lui è tratta la confessione di Herculine Barbin – e l’Eneide – per l’episodio di Eurialo e Niso -; ma anche la cronaca giornalistica.

Fonti e spunti di creazione che si ritrovano nelle tre “fasi” – corrispondenti, rispettivamente, allo stato liquido, aeriforme e solido – in cui si articola lo spettacolo e che possono essere allestite anche autonomamente. Tre elementi chimici – mercurio, gas inerti e piombo – per altrettante storie d’amore.

Lo stato liquido «si riferisce alla strana “confessione” di Herculine Barbin, ermafrodito vissuto in Francia nel secolo scorso»; quello aeriforme rimanda al neon, l’argon, l’elio, gas inerti come la vita di una donna che, vinta dalla nostalgia, ripensa ai propri amori perduti; mentre lo stato solido è il piombo che simboleggia i rancori che amareggiano un’amicizia pluriennale.

Laura Bevione

ESERCIZI SULLA TAVOLA DI MENDELEEV, di Curino, Fabbris, Zamboni, Diana, Tarasco, Vacis, Spaliviero. Regia di Gabriele Vacis. Con Laura Curino, Mariella Fabbris, Adriana Zamboni, Lucio Diana, Roberto Tarasco, Mariuccia Allera Longo, Cristina Torriti, Loredana Lanciano, Davide Taretto, Mirella Violato, Carla Varola, Elena Allegri, Margherita Casalino. Debutto: Santarcangelo di Romagna, XIV Festival internazionale del teatro in piazza, luglio 1984.