“Imparare a costruire insieme”, a Novara con le Comunità di Sant’Egidio e Santa Lucia

A Novara c’è un teatro, il Faraggiana, che volevano trasformare in un multisala cinematografico. In controtendenza a questa destinazione, un gruppo di artisti e operatori culturali porta avanti una battaglia per salvaguardare la visione di una politica da “Slow Movement” non solo basata sul commercio ma anche sulla cultura diffusa e sulla costruzione di una comunità. Il gruppo vince questa battaglia, fa nascere la Fondazione Nuovo Teatro Faraggiana, lo riapre alla città e ne fa un luogo di incontro per la cittadinanza attraverso proiezioni cinematografiche, spettacoli, attività e laboratori con le scuole.

Al suo interno c’è Vanni Vallino. Anche Lucilla Giagnoni, una delle attrici che ha fatto parte del Laboratorio Teatro Settimo per molto tempo, con cui è stato fatto un buon pezzo di strada. Così quest’anno – insieme a Vanni e Lucilla – nasce l’idea di una collaborazione tra il Faraggiana e l’Istituto. Lucilla propone un primo incontro invitandoci a costruire insieme i diversi momenti con alcune delle realtà sociali che lavorano quotidianamente con persone migranti.

Tra queste la Comunità per minori Santa Lucia e la Comunità Sant’Egidio offrono un doppio sostegno in termini di concretezza, da una parte la possibilità di utilizzare gli spazi di Via Azario, dall’altra il desiderio di coinvolgere giovani migranti e operatori sociali per i video-colloqui e i laboratori teatrali. Ora l’affinità è confermata e definiamo i giorni di novembre. Come in tutte le strutture istituzionali sono le persone a portare avanti i desideri di un progetto: grazie a Piergiacomo Baroni, Anita Verta, Cristina Signorelli, insieme agli educatori come Vanessa, Jonathan, Alessandra, riusciamo quindi a costruire questo tempo insieme.

Nei primi giorni realizziamo i video-colloqui nelle sale della Scuola di Italiano per Stranieri gestiti da Sant’Egidio. Ci sentiamo a casa, un po’ per la disponibilità di Piergiacomo un po’ perché è presente al suo interno una grande cucina che ci offre la possibilità di preparare di tanto in tanto dei caffè per noi e i nostri ospiti. Qui incontriamo una decina di persone, come Lara, imprenditrice e volontaria che ci racconta tutto il lavoro svolto insieme alla Comunità Sant’Egidio in questi anni, una storia locale che fa riferimento a quella nazionale, a quando negli anni Sessanta questo movimento prende vita a Roma per poi diffondersi in tutta Italia.

Insieme a lei ci sono anche Boloski, un giovane del Camerun richiedente asilo in attesa della Commissione. E’ qui in Italia da un anno e tre mesi, parla un ottimo italiano e qui sta proseguendo i suoi studi. Con lui anche Mamadou, un ventenne del Senegal, per esattezza della Casamance, la regione nel Sud del Senegal che vuole la propria autonomia e identità (in passato sono nati anche gruppi terroristici per l’indipendenza della regione). Mamadou è arrivato in Italia due anni fa come richiedente asilo e ora ha un permesso umanitario. Ora ci racconta che ha iniziato un percorso di integrazione con la Scuola di Lingua e lavora nel turismo. Legata al Sant’Egidio c’è anche Ibtissam di origini marocchine e arrivata in Italia piccolissima. Ora lavora nel settore della moda e la cosa che più ci rimane impressa è la sua voglia di raccontarci tutto, proprio tutto, della sua vita, delle sue passioni, della sua famiglia.

In questi giorni di video-colloqui incontriamo poi alcuni degli educatori e dei ragazzi della Comunità Santa Lucia dove realizzeremo anche i laboratori teatrali. E’ una buona occasione iniziare con i colloqui individuali, dal momento che i laboratori sono sempre un momento collettivo, di gruppo, dove il singolo può diventare somma ma anche sottrazione, annullandosi davanti agli altri. Così, incontriamo Jonathan, uno degli educatori della Comunità, per lui il “Santa Lucia” è come una seconda casa, non è solamente un luogo di lavoro dove timbri un cartellino. Qui fai molta fatica a staccare. Poi c’è Vanessa, educatrice arrivata da pochissimo e che racconta il suo percorso professionale e delle esperienze educative vissute a Milano. Ci racconta come questi ragazzi siano anzitutto adolescenti ancor prima di essere stranieri; “esuberanti” come tutti gli adolescenti del mondo.

Infine c’è Alessandra, danzatrice diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi (Milano) che da quasi dieci anni lavora con i ragazzi della comunità attraverso un percorso laboratoriale che vede ogni anno la realizzazione di una serata di spettacolo. Racconta come il lavoro proposto agli adolescenti parte dal corpo dal momento che è proprio “il corpo a parlare molto di più della parola”. Ci racconta come abbia imparato a perfezionare il suo percorso di danza grazie a loro. Non tanto per le tecniche – ovviamente – ma per ricostruire i propri criteri artistici in base all’incontro con questi adolescenti. Ha imparato come il corpo comunichi ciò che la testa non sa ancora. Emozione e verità, perché il corpo difficilmente può mentire. Ha lavorato con i ragazzi sul sogno e sul desiderio nel proprio progetto di vita. Tra loro c’era un ragazzo di 11 anni che ha scoperto essere un talento della natura. Ha visto talenti e doti artistiche enormi in questa comunità. Alla fine del colloquio ci rivela anche il suo desiderio: “consentire a questi ragazzi di diventare adulti in Italia”. Provare a far comprendere “il lavoro giusto per ognuno di loro”. Questo sarebbe possibile come sviluppo del proprio sogno. Ci racconta che “loro mi fanno aprire gli occhi, non posso rimanere nelle mie certezze di danzatrice, nessuna formazione artistica potrà mai darmi questo”. Se prima pensava che il teatro e la danza fosse il luogo delle insidie,  sa ora che dovrà riadattare la sua esperienza in relazione a ciò che ha scoperto.

Durante i colloqui abbiamo incontrato anche alcuni dei ragazzi adolescenti, come Ibrahima, Mariol, Papes, ragazzi che silenziosamente sono rimasti con noi diverse ore non solo raccontando la propria storia ma anche ascoltando quella degli altri. Ci hanno detto qualcosa di molto importante, sono la testimonianza di chi ha vissuto la traversata a tredici e quattordici anni,  i loro occhi parlano più delle parole che ci pronunciano con un italiano fluido. Ci dicono molto di più.

Sono gli stessi ragazzi che incontreremo i giorni seguenti nella Palestra del Santa Lucia, il grande salone bianco che vede calcetti e uno spazio ampio dove giocare. Per loro questa è la sala delle ricreazioni, delle pause dopo i pasti, per noi sarà la sala per i laboratori “Awareness Time” che stiamo portando in giro dalle Fonderie Limone di Moncalieri alle città come Valenza, Torino, Settimo e ora Novara.

Qui ritroviamo tutti, dagli educatori agli adolescenti incontrati con i video-colloqui, ma il gruppo qui è più numeroso perché la comunità conta circa una ventina di ragazzi, per lo più di origine africana e dell’Est Europa. Oltre a loro ci fanno compagnia anche una decina di partecipanti del campus estivo (“Awareness Campus”) che ora ci seguono nelle diverse trasferte. Fanno “ambiente” e reticolo di sguardi. Creano una comunità nella comunità.

Anita, l’educatrice, ci tiene a dirci che “loro verranno il primo giorno, ma non sappiamo se continueranno anche il secondo. Solitamente sono liberi di scegliere cosa seguire”. Va bene. Sorridiamo e iniziamo a “stare” e a “fare”. Stare in gruppo, fare azioni e movimenti, comprendere un respiro comune, costruire un ampliamento di sguardo concreto. C’è tutto, la pratica della Schiera, la musica, l’elettro-dance e il sudore. Oltre ai ragazzi anche gli educatori si buttano in questo “fare”. E dopo alcune ore, il primo pomeriggio è già finito. Arriva la merenda preparata per tutti, e ci diamo appuntamento per l’indomani. L’indomani è una sfida, ripensando alle parole di Anita, eppure sarà proprio il giorno seguente a essere ancora più prezioso perché ci sarà l’attesa e la scoperta di chi confermerà la sua presenza.

Così torniamo e attendiamo. I primi ragazzi arrivano, e poi i secondi, siamo un buon numero e possiamo riprendere ciò che avevamo lasciato il giorno prima. Coinvolgiamo anche Alessandra, la danzatrice, chiedendole di condurre una prima parte del laboratorio, lei li conosce e può aiutarci ad agganciarli nuovamente fin dall’inizio. Così si torna a stare insieme, anche a giocare. Questa ultima giornata si conclude in equilibrio tra la concentrazione del “fare bene” e il sudore del “fare insieme”. Gabriele Vacis si stupisce del tempo di attenzione di questi ragazzi. Pensava che avrebbero mollato, molto, ma molto prima. Forse, questa pratica di rischio in cui nessuno può sentirsi escluso, chiama tutti a stare in attenzione per un lunghissimo periodo che può durare anche diverse ore.

Oggi Anita e gli altri educatori hanno preparato una merenda speciale per salutarsi: Pane e Nutella insieme a un tè caldo. La giusta chiusura insieme, non solo per gli adolescenti. Sciogliamo le fila e ripartiamo verso altre mete, torniamo a Torino. Al saluto di Anita ci ripromettiamo di incontrarsi ancora. “Invitateci a Torino”, ci ripete. La prendiamo in parola promettendosi una gita a Torino. O alle Fonderie Limone di Moncalieri, dove proseguiremo con gli Awareness Time.

Andrea Ciommiento
awareness@teatrostabiletorino.it
www.listituto.it