Il diario di un’osservatrice – Prima settimana all’Awareness Campus 2017

Pubblichiamo alcuni estratti del diario di bordo dell’Awareness Campus 2017 scritto da Benedetta Grasso, studentessa dell’Università Cattolica di Milano, che sta realizzando una ricerca sull’Istituto in prospettiva della sua tesi di laurea.

Lunedì 3 luglio 2017

L’Awareness Campus si apre con una fila per prendere la dose mattutina di latte e di caffè, ognuno con in mano la propria tazza. Si, perché una delle indicazioni fornite per e-mail rispetto a cosa portare con sé era presente anche ”la tua tazza preferita”. Io la mia l’ho dimenticata a Milano, era piena di colori diversi e aveva scritto I love Poland; un’amica polacca incontrata in Erasmus me l’aveva regalata qualche mese fa quando ci eravamo riviste a Berlino. Ho già fatto colazione a casa, quindi rimango ad osservare quelle facce sconosciute che non so se ho voglia di conoscere. Una signora sulla quarantina mi guarda e mi sorride, e sembra anche lei avere le mie stesse preoccupazioni: ”Quindi? Cosa si fa?”, dicono i suoi occhi. Intanto qualcosa si stava muovendo nella zona ristorazione, la gente si passa uno scotch di carta e un pennarello nero, nel giro di cinque minuti siamo tutti bollati.

Ora posso chiamarli per nome. Qualcuno invece chiama me: ”Benedetta vuoi fare un giro con noi?”. Ma in che senso? Dove? Con chi? Sorrido e mi aggrego al piccolo gruppetto già formato. La giornata di lavoro è iniziata così, con una chiamata informale: divisi in gruppi di sei o sette si percorre una breve visita delle Fonderie Limone. Quello che traspare fin da subito è un progetto in divenire, non ci sono orari e scadenze fisse, o meglio ci sono, ma interessa di più una relazione, un iniziare a conoscere chi ho davanti e con chi lavorerò per le prossime due settimane che seguire uno schema prefissato. E così Gianni si prende il tempo per raccontarsi e per chiederci chi siamo. È necessaria una flessibilità ed è impossibile una schematicità se si vuole entrare in relazione, è impossibile rimanere attaccati ai propri progetti e all’idea di imporre le proprie idee. E così inizio a intuire che Barbara, Gabriele e Roberto non si presenteranno mai, non ci sarà un momento prestabilito per questo, ma se arriverà il momento in cui deve accadere, accadrà.

La sala grande sarà l’aula principale di lavoro per le prossime due settimane. Dentro l’ambiente è diverso da quando l’abbiamo visto durante il tour: Gabriele Vacis è seduto su una sedia al centro, subito sotto gli spalti, davanti al tavolo della tecnologia. Nessuna parola prima di iniziare il lavoro. Osserva. Roberto Tarasco è seduto dietro un tavolo dove c’è il mix della musica e i comandi delle luci intento a dare vita a quell’ambiente in cui più di quaranta persone iniziano a muoversi. Il gruppo si muove al centro dello spazio camminando con un ritmo simile, che cambia al cambiare della musica. I movimenti sono suggeriti da una figura a cui tutti gli occhi sono rivolti. Tutti lo guardano e cercano di imitarlo nei gesti. Si percepisce l’interrogativo del ‘Che cosa sta accadendo?’. Si percepisce la preoccupazione del ‘Chissà se sto facendo giusto?’. Nel dubbio si segue, si copia chi in quel momento conduce. Dopo un’ora di scoperta e sperimentazione Gabriele Vacis si alza e entra nel gruppo che sta lavorando. Pian piano tutti si fermano e lo osservano. «Nessun fiocco di neve guida un altro fiocco di neve: tutti sanno cosa fare. Pausa pranzo, ci si ritrova alle 15.30.».

Martedì 4 luglio 2017

Nella sala grande c’è movimento. Tutti sono all’opera svuotando grandi sacchi di lattine di alluminio lungo il lato destro. C’è chi le divide per colore: rosse, blu, verdi, bianche, argento. Roberto Tarasco ne prende qualcuna rossa e inizia una composizione partendo dal centro dello spazio. Qualcuno gli si avvicina con altre lattine, gliele porge, le sistema simmetricamente. Nessuna parola, nessuna spiegazione. Molti sono seduti a lato e guardano. Si intuisce che c’è un’unitarietà, una legge che detta il posizionamento esatto delle lattine, ma ancora non si capisce molto e allora per paura di sbagliare o semplicemente per interesse ad osservare quello che viene fuori qualcuno sta a lato. Altri invece hanno seguito Tarasco e posizionano lattine, ormai coprendo tutta la superficie dello spazio e uscendo anche dal riquadro bianco. Ci sono rombi colorati e file argento, un po’ sbilenche, non esattamente dritte. Forse è giusto così. Non si sa. Però non è bellissimo. Qualcuno sistema le lattine che si erano acciaccate cadendo a terra nello svuotamento dei sacchi, mi aggrego a loro e scopro con stupore che su ogni lattina c’è scritta la parola ”bellezza”, ognuna con variazioni di carattere in base al marchio che sostituivano, Coca-cola, Pepsi o Heineken. Un paio di ragazzi entrano nel Mandala e camminano quasi copiandosi, la gente si aggiunge; la cautela per non far cadere le lattine diventa ritmo, diventa attenzione, diventa urgenza, diventa rischio, diventa sfida. Dopo qualche minuto di sperimentazione lo stormo torna, ci si muove insieme. Si cerca ancora nell’altro un gesto da seguire, ma nessuno è più figura assoluta di direzione e di movimento. Basta una piccola insicurezza, un passo lasciato cadere senza cura che le lattine vuote si ribaltano, ma il lavoro continua senza interruzione e si risistemano i pezzi del Mandala. Un ragazzo inizia senza motivo apparente a dare piccoli calcetti alle lattine, come per divertimento. Subito una ragazza si avvicina cercando di rimetterle in piedi, ma ormai tutti sono indaffarati a far cadere più lattine possibile. Il Mandala in pochi minuti è raso al suolo e il telo su cui poggiava sta venendo alzato dai sui quattro angoli; le lattine sono dentro e man mano si convogliano tutte al centro.

La mattina prosegue con il momento Presentazioni. Vacis è seduto sulla sedia al centro e ha però urgenza di dirci che le cose avvengono, accadono e bisogna lasciarle accadere. «Se devono accadere accadono. Non ci sono regole. Le cose scaturiscono, questo è un po’ in contraddizione con il programma. È difficile conciliare lo scaturire con il programma. Ma bisogna cercare un equilibrio, perciò abbiamo fatto un programma abbastanza rigido con forse più cose di quelle che servono, ma non ci facciamo scrupoli a trasgredirlo, però è necessario che siano cose serie quelle per cui trasgredire il programma. Tutto questo si chiama incertezza. Le lattine costringono, è una costruzione che vi costringe a fare attenzione al vostro corpo, agli altri, ai movimenti; tutto è possibile, tutto sta dentro. Nel programma alcune attività si sovrappongono, perché dobbiamo capire la strada da seguire meglio per voi. Vi perderete qualcosa, ma non rammaricatevi e affidatevi. Voi siete qui, e vi state perdendo tutto quello che è fuori da qui. È un luogo di incertezza e ci collaboriamo insieme. Avete due minuti a testa per le presentazioni, chi inizia?”. Le presentazioni, si susseguono una dopo l’altra, come se ognuno avesse concordato il proprio momento, ma in realtà è un fluire spontaneo di accadimenti, in cui ognuno accetta la sfida e cerca di stare. Qualcuno legge una storia o degli appunti annotati; tutto è naturale, spontaneo. Una ragazza si mette in ginocchio e dice che non è brava a parlare e quindi aveva preparato una canzone, però non pensava di farla oggi. «Qualcuno ha una chitarra?». Matteo si alza e le porta la sua. Inizia a cantare in napoletano Cu ti lu dissi di Rosa Balestrieri, con una voce calda, profonda; qualcuno batte le mani, altri stanno solo a bocca aperta ad ascoltare questo attimo di purezza. Finisce il canto, nel gruppo seduto, di fronte a lei, quasi in risposta, Maria Rosa si alza e legge una frase in napoletano. Sincronia perfetta, sembra se la fossero studiata prima. Anna: «Negli ultimi anni ho vissuto nella foresta, e facevo attenzione alle foglie che cadevano e mi sono accorta che tutto cade. Mi piace che le cose cadano perché lasciano spazio affinché qualcosa accada.».

Mercoledì 5 luglio 2017

Gabriele è al centro in piedi e inizia un lavoro sulla voce: un coro mantiene lo stesso suono, rinnovando l’emissione senza però interrompere l’omogeneità, mentre Vacis seguito da qualcuno compone delle melodie variando il tono. Avendo già lavorato la mattina la gente sperimenta di più anche col corpo; Vacis cerca di far variare il suono di base, creando dei suoni che si rispondano, ma è difficile e pochi lo seguono. «Non assumete un atteggiamento. Vuoti, non c’è niente. Posso non assumere i cliché e starci, essere qui. Può essere che non sappia cosa fare e che sia agitato e che mi batta il cuore, ma non è necessario dirlo. La possibilità fantastica e che risolve tutto è niente: non faccio niente. Ma sono presente. Prima eravate presenti, c’era un suono su cui potevo appoggiare le mie parole e i miei gesti, ora siete diventati spettatori. Se mi date appoggio, se mi cantate addosso, se vedete ed ascoltate, se siete in posizione attiva siete voi che mi fate spostare, siete voi che mi fate dire, io mi muovo in relazione. Tutto questo mi serve a comprendere lo spazio, a comprendere la relazione. Io sento tutto. Io vedo tutto. Queste sono le cose di cui occuparmi, quando si è in scena. È un accadere lento. Le cose accadono nel loro tempo. Siamo noi che dobbiamo stare nei loro accadimenti. Non sei ancora pronto, il tuo corpo non è ancora disponibile. È difficile ma è facile, basta starci. Loro ti possono servire, se sono presenti, ti serve ascoltare loro. È soltanto che siamo qui. Ho bisogno di voi, non tanto di suono ma di presenza. Ci stiamo occupando di percezione. Bisogna accorgersi di tutto e prendersene cura. Puoi muoverti, puoi fare quello che vuoi, ma ho bisogno della tua presenza. Mentre leggo qualcosa e non mi occupo di colui che mi ascolta, lui non capirà mai cosa ho letto. Se qualcuno mi legge qualcosa ma non si occupa di me, se non si prende cura di me, non capisco cosa mi sta leggendo. Occuparsi di chi ascolta è l’antidoto alla vanità. Una strada possibile alla vanità è occuparmi di chi mi ascolta. Sennò fare gli attori è solo vanità. Una emissione, un suono. Dove vado? In relazione a quello che accade. Le cose accadono e sono quelle che sono vive… anche quelle prefissate a volte.». Compagno fedele per tutti i giorni del Campus è il libro di poesie che avevo comprato per il viaggio: I sonetti a Orfeo di Rilke. Lo apro più volte al giorno, ogni volta le poesie mi svelano qualcosa che non avevo intuito prima, mi sembra ci sia un rimando costante tra le poesie e il lavoro che sta proseguendo al Campus, uno svelamento reciproco.

Un dio può. Ma come, dimmi, come può un uomo seguirlo con la sua lira inadeguata? Il suo senso è la scissione. All’incrocio di due vie del cuore non c’è tempio per Apollo. Il canto che tu insegni non è brama o appello per aver potere infine; canto è esistenza. Facile per un dio. Ma quando noi siamo? E quando egli volge al nostro essere terra, e le stelle? Che tu ami, o giovane, questo non è, anche se la voce t’urta nella bocca, – impara a dimenticare che hai cantato. Trascorre. Cantare in verità è certo altro respiro. Spirare a nulla. Un soffio nel dio. Un vento.

Nel pomeriggio il lavoro si divide in due gruppi. Un gruppo lavorerà con Barbara a quello che sul programma è chiamato Monastero, e un altro gruppo lavorerà con Gabriele Vacis.

Da oggi e per tutti i prossimi giorni il pomeriggio ci sarà questo lavoro parallelo. Il criterio di divisione è dettato principalmente dai lavori dei due giorni precedenti in cui Gabriele e Barbara si sono fatti un’idea sulle persone che hanno bisogno di un certo tipo di lavoro rispetto ad altre. Dopo la pausa pranzo Barbara entra nella sala grande e indica le persone che devono andare a cambiarsi e mettere la tenuta da Monastero: canottiera a costine, camicia bianca non aderente, pantaloni neri classici. «Tu di là» e così pian piano la sala grande si svuota di una quindicina di persone mentre quella piccola si inizia a riempire per la prima volta. Quando tutti se ne vanno Gabriele si sente in dovere di fare un appunto sulle modalità di scelta. Non c’è chi è più bravo o meno bravo, c’è magari chi è più avanti nel lavoro o chi ha più bisogno di un percorso rispetto che a un altro. Tutto qui. A fianco di Gabriele c’è un uomo alto, calvo e con degli occhiali con una montatura spessa e nera. Vacis lo introduce come il Professor Fabio Giommi il quale terrà un incontro sulla Mindfulness. «Innanzitutto devo premettere che la Mindfulness non esiste!». Scoppiamo tutti a ridere, dato che qualche minuto prima Gabriele l’aveva nominata proprio così. Giommi lo rassicura dicendo che è un errore comune e che al giorno d’oggi questa pratica viene così tanto commercializzata e banalizzata che esiste anche un libro che si chiama La Mindfulness per gatti. Altro scoppio di risa.

Giovedì 6 luglio 2017

La giornata inizia con la schiera, la gente che man mano arriva si aggiunge e in una decina di minuti la schiera è diventata una fila unica di almeno una trentina di persone. Due ragazzi che erano rimasti fuori entrano formando una schiera perpendicolare alla prima, con un ritmo più lento; aumenta il ritmo, la schiera grande aumenta il ritmo di conseguenza, la schiera perpendicolare rimane a un ritmo lento. Barbara entra e prende per mano un ragazzo che era entrato nella schiera ma che era particolarmente rigido, lo accompagna invitandolo a camminare facendo attenzione all’appoggio dei piedi; oscillano il peso insieme, poi diventa passo e infine salto. Man mano qualcuno si aggiunge al loro saltare, al loro muoversi dinamico e attento nello spazio. La presenza del gruppo intorno aiuta il lavoro, poiché attenta e a servizio. Il ritmo cala e la schiera ricomincia. Barbara cerca di dare indicazioni affinché la schiera sia precisa e tutti siano in relazione, ma qualcuno è ancora troppo incentrato su di sé. La schiera continua mentre Barbara si stacca continuando a parlare: «È L’ambiente che ha autorialità. Non fare quello che è giusto, ma quello di cui c’è bisogno. Non è sempre un’altra cosa. È sempre a quella cosa, è questa. Non è questa insieme ad altro, allora niente. Perché niente è una cosa. Non posso inventare, bisogna prima conoscere e studiare, poi interpreto. Che sia il compagno di fianco, o che sia un gesto. Mi affido a chi ha dedicato tempo. Riconoscere chi è fratello maggiore, sorella maggiore. Quando si lavora dentro, in questo tempo, non si può vedere in modo generico, non si può non sapere cosa sta succedendo. Mi occupo di chi riconosco.

Fare lo stormo, fare la schiera, che sono dei principi ascendenti, è possibile se contemporaneamente tento, come un cane che prende un pezzo di cane, un principio, un movimento discendente. Sono due movimenti che avvengono contemporaneamente. Se stiamo solo qui, nel discendente, la verità, la parte che ci trascende viene ignorata e dopo un po’ ci ammazziamo. La nostra umanità contempla l’uccisione reciproca quotidiana. Qui dentro è un equilibrio ed è necessario essere consapevoli di almeno queste due imprescindibili sfere. Se non acquisite per imitazione a qualcuno che è più avanti nel percorso, da fuori si vede che siete tutti nella testa. Devo sentire le energie che si disperdono, anziché alimentarsi.». Il pomeriggio chiedo a Barbara se posso osservare quello che succede a Monastero, mi risponde con un sorriso e voce pacata che certo, non c’è problema. Entro nell’aula piccola e mi posiziono sugli spalti, molti sono già arrivati dopo la pausa pranzo e sono in piedi al centro attorno a Barbara che aspetta che tutti entrino e prendano il loro posto. Barbara chiede che ognuno sia consapevole e responsabile di dove è. «Siate autori della vostra presenza e del vostro percorso qui dentro. Voi portate o meno la necessità. Di dove posso essere? E di dove non posso essere? In ballo c’è la vita.». Dice che non ha mai lavorato con un numero di persone così alto, in ventuno il lavoro diventa complicato. Il lavoro oggi è più teorico rispetto a ieri, è necessario fissare qualche punto. «Non dobbiamo fare niente che sia bello o particolarmente sentito. Da dove si inizia? Si inizia dagli strumenti che si hanno. Non è importante che la relazione significhi qualcosa. Ognuno fa esattamente qualche cosa, con precisione ed esattezza, e insieme si risuona. E lì nascerà relazione. È necessario che si abbiano chiare le regole, i fondamentali per individuare l’azione.». Gli hanno già accennati ieri, ma oggi Barbara li ripete elencandoli. Tutto il lavoro è qualcosa che avviene sempre e non solo durante la schiera, anche fuori, camminando per strada. Il lavoro collabora alla nostra presenza come umani nel mondo, è il tentativo di restituire ognuno a sé stesso, affinché ognuno sia consapevole di ogni passo che fa e di tutto quello che accade intorno a lui. Si tenta il matrimonio tra il flusso della vita presente e il rigore degli elementi dati. Nella schiera ognuno è il passaggio del filo vitale. A livello del bacino ognuno è connesso con la persona che è alla propria destra e quella alla propria sinistra, e loro stessi fanno da tramite di connessione con l’altra persona che è al loro lato; ognuno è quindi tramite di connessione per le persone che sono ai propri lati. Oggi in contemporanea a Monastero, Gabriele ha lavorato su Catalogo, un tempo dedicato alla storia e all’uso nei suoi spettacoli di certi oggetti, come la palla da sonda. Quando si lavora con gli oggetti non sono le persone a fare le cose, ma è l’oggetto (la palla, i bastoni, i pugnali…) che decide dove andare e cosa fare, perciò tutto deve essere in funzione affinché il flusso vitale della palla scorra senza essere mai interrotto. Non bisogna far fare qualcosa alla palla, ma bisogna essere strumento affinché la palla possa scorrere, saltare, cadere a terra, cambiare direzione, fermarsi…

Venerdì 7 luglio 2017 

La mattina di venerdì il lavoro inizia con lo stormo che poi diventa schiera, le persone che hanno lavorato a Monastero fanno da appoggio e punto di riferimento per chi ha lavorato di meno a schiera. Girare in tanti è difficile e l’ambiente è dispersivo, fare la schiera in più di trenta è un’impresa; è richiesto molto lavoro e molta attenzione ma è difficile anche per quelli più avanti riuscire a tenere conto di tutti e di tutto. Ogni tanto ci si concentra troppo su una cosa e si perde di vista tutto il resto e allora Gabriele ricorda l’attenzione alla relazione: «Non è il tuo passo normale ma è il tuo passo in relazione al passo degli altri. Non è soltanto questione di allineamento, è questione di respiro, di quel respiro di cui parlava Giommi. Il camminare è in relazione agli altri ma non esclude in relazione a sé stessi. Come? Tenendo lo sguardo dinamico.». La schiera continua e al cambiare della musica diventa stormo giocoso, poi più lento e pesante. I corpi si muovono in sincronia in maniera rallentata; Matteo si appoggia a Luca e insieme sperimentano il proprio peso, fino ad arrivare al livello della terra. Sono sdraiati l’uno sull’altro immobili, si vedono solo i loro toraci alzarsi e abbassarsi all’unisono. Intorno a loro la gente si ferma ad osservare. Qualcuno cerca di intervenire ma Barbara dice che quello che stanno facendo è un esercizio. È un continuo lasciare completamente il peso e sentire quello dell’altro. È tornare a una situazione in cui ci si abbandona completamente, come da bambini. «Matteo lascia il collo. Scarica respira svuota. Sennò come fai a fare spazio. Ascolta solo il respiro e i punti di contatto. Come il respiro produca e permane a distanza. Questa è la tessitura base. Libera le articolazioni, lascia le anche, le caviglie le ginocchia. Lascia tutto quello che puoi lasciare con coraggio a ricevere quello che c’è. Lasciare il corpo significa mollare tutto e mantenere quella disponibilità di accogliere tutto.».

Nel pomeriggio c’è un momento che si chiama Il Romanzo della schiera e come ospite è arrivato Gerardi Guccini, docente di Drammaturgia all’Università di Bologna e amico di Vacis fin dagli inizi. Conosce molto bene quindi la schiera e oggi ci presenterà le fonti da lui trovate che sono testimonianza dei primi sedimenti di questo metodo. Innanzitutto ci ringrazia dicendo che per uno storico aver la possibilità di partecipare a eventi del genere e vedere dal vivo un processo in atto su cui si è tanto fatto ricerca, è di valore imparagonabile a qualsiasi testo. Il professore ha con lui un paio di libri di qualche migliaio di pagine e ne apre subito uno e inizia il suo racconto. Legge una didascalia del copione di uno dei primi spettacoli di Vacis: Elementi di struttura del sentimento. Nella didascalia della scena terza che Guccini ha individuato come prima fonte della schiera, le sei serve, accompagnate da una musica ripetitiva, camminano avanti e indietro in una specie di interminabile danza convulsa che dura per più di 8 minuti, un tempo significativo in uno spettacolo di un’ora e quaranta. La schiera al tempo era un esercizio di formazione collettiva e individuale ed è stata inserita nello spettacolo nel momento in cui c’era stata la necessità di dare corpo a una situazione drammatica; non è l’attuazione di un racconto ma più un’astrazione. La schiera ha poi avuto un passaggio della schiera teatrale alla schiera fuori dal teatro, para-teatrale forse. Barbara stessa si è staccata dal metodo della schiera che proponeva agli inizi Vacis, fino ad aver portato la schiera fuori del teatro. «Io ero vittima della schiera, perché la schiera era vittima del teatro e non era a servizio della persona umana ma la utilizzava.». Gabriele dice che in generale la situazione attuale è un diffuso burn out perché non si sta nei tempi di produzione. «Quello che è accaduto era un generalizzato non starci dentro… Ma comunque perché dover escludere completamente il teatro? E se questo lavoro, se la schiera aiuta nella vita, perché non può essere usata anche nello spettacolo?». Gabriele pone la domanda veramente, aperta a tutti.

Noi siamo nell’affanno: ma il passo del tempo, consideralo un’inezia in ciò che sempre resta. Tutto ciò che incalza sarà presto trascorso; soltanto quel che indugia è ciò che ci consacra. Fanciulli non buttate il cuore nella rapidità, ad arrischiare il volo. Tutto s’è acquietato: oscuro e chiarità, fiore e libro.

Sabato 8 luglio 2017

La mattina di Sabato è come se Monastero fosse stato anticipato nell’aula grande, Gabriele non è ancora arrivato perché ultimamente la mattina passa in ospedale da sua mamma, e quindi si lavora con Barbara. La schiera è in atto, quelli di Monastero hanno già la tenuta in pantaloni neri e camicia bianca e fanno da punti di riferimento. Barbara suggerisce parole che aiutino ad essere più esatti. «Qual’è il ritmo che vi permette, adesso, di camminare insieme? È necessario un processo di riconoscimento di quello che è, e attuarlo. Non lasciate che tutte le cose rimangano un potenziale, ma fate che siano azione. Considerare a ogni passo quello che c’è, quello che si può. Contemplare che potrebbe essere diverso, e aggiustare il tiro continuamente, per camminare insieme. Ci sono le donne, che hanno delle gambe molto più corte delle vostre, qual’è il passo che permette di camminare insieme, tenendo conto anche di loro. Se non riesco a scaricare il peso a ogni passo, vuol dire che questo ritmo mi precede ed è solo produzione di ansia. Se riesco a fare tutto il lavoro dentro questo ritmo, lì andrò avanti. Mi devo occupare di tutti, e trovare il calibro. Altrimenti a un certo punto qualche cosa si spezza. Camminiamo per accorgerci di ciò che è evidente di ciò che ho davanti agli occhi e di ciò che non è davanti agli occhi.». Per chi non ha mai lavorato con Barbara forse queste parole aiutano solo ad essere più confusi, e nel lavoro c’è gente che si guarda intorno senza sapere bene come attuare quello che lei ha appena detto. Barbara se ne accorge e li rassicura dicendo che al di là dell’esercizio che gli viene proposto esiste la loro intelligenza, che è fare la cosa giusta al momento giusto affinché ci sia relazione. «Provate a stare con la guida. In mezzo a voi ci sono fratelli e sorelle maggiori; sono lì con voi, siete insieme nel lavoro.». È l’ultimo pomeriggio della prima settimana, a programma doveva essere momento di lavoro fisico, invece diventa spontaneamente momento di dialogo. In questa settimana sono nate molte ambiguità, date sopratutto all’incertezza e al non detto che spesso accompagnavano il lavoro; oggi pomeriggio in questo momento di dialogo vengono fuori molte insofferenze che la gente si portava dietro da giorni, dovute proprio al metodo di lavoro e allo scopo stesso, ambiguo e ancora fluttuante. Da parola a tutte queste voci soffocate che aleggiavano da giorni Valentina, che esprime il suo disagio causato dall’ambiguità del luogo. Gabriele risponde che è un ambiente sperimentale… «Vediamo che cos’è, ci proviamo. Stiamo facendo una cosa che non si è mai fatta e quindi c’è bisogno di ridimensionare il tutto.».

Soltanto dopo quando il volo, non più a capriccio, di sé contento alla serenità del cielo ascenderà per giocare nei profili luminosi come un perfetto strumento, dai venti prediletto, sicuro, in slanciato movimento, – allorché un puro Verso dove soggioghi d’ordigno in crescimento l’orgoglio da fanciullo, solo allora, ubriaco di vittoria, quell’avvicinata lontananza sarà la meta stessa del suo volo.

Domenica 9 luglio 2017

Giornata libera