“Arrivati in Italia”, i colloqui a Settimo insieme ai ragazzi del Centro d’Accoglienza Fenoglio

Dopo Valenza il nostro viaggio prosegue a Settimo alla Biblioteca Archimede, un tempo sede della fabbrica di vernici Paramatti. In una delle sale ai piani superiori i videomaker di Indyca allestiscono il luogo con il fondale nero e tutta l’attrezzatura che occorre alla buona riuscita del set video. Abbiamo ricontattato Beppe, l’educatore del Centro d’Accoglienza Fenoglio (Settimo) gestito dalla Croce Rossa Italiana, che ha proposto insieme alle sue collaboratrici Flavia ed Elena un calendario di incontri con i ragazzi migranti arrivando in pochi giorni a circa una ventina di persone.Tra loro c’è Gerald, un ragazzo ventenne del Camerun, che racconta dei suoi “casini”. Per una buona mezz’ora Vacis vuole comprendere da lui cosa intende precisamente con quella parola fino a rivelare che questi “casini” sono creati da Boko Aram, i gruppi islamici che uccidono persone per motivi religiosi. Gerald li presenta così: rubano da mangiare nelle foreste e nei villaggi, sparano alle persone e fanno “casino”. In Nigeria, come in Camerun e in Ciad.

Gerald ricorda i momenti delle esplosioni e delle donne che piangevano, momenti dove non c’era mai il tempo per prepararsi. Sembra arrabbiato all’inizio del colloquio, lui ora si sente salvo, la tristezza e la stanchezza spariscono al solo piacere di essere qui oggi. Ci racconta il suo migrare dal Camerun a Lampedusa, dove è bastato un po’ di coraggio per tutto il viaggio nel deserto. Descrive elementi precisi e memorie in dettaglio, di droghe e armi, di un furgone chiuso, di una barca con centoventi persone, tra cui donne e bambini. Racconta degli spari davanti al mare, del mare calmo senza fine e di una luce nella notte, del rumore del motore e nessuno che piangeva, di vomiti e pianti e di pirati-scafisti che urlavano mentre gli altri sentivano altri calpestare i piedi, qualcuno cadeva in acqua e solo alla fine una nave di soccorso e una lingua strana: “Siete salvi. Siete arrivati in Italia”. Dopo le parole così precise di Gerald, non possiamo che starcene in silenzio per un po’ e ringraziarlo per questa orazione. Lo abbiamo ascoltati a bocca aperta, a guardarlo bene sembra il fratello di Will Smith in Sei gradi di separazione. Un talento narrativo incredibile e raro. Un incontro prezioso. Ci siamo ripromessi di rincontrarlo per ascoltarsi ancora.

Incontriamo anche Misbao della Guinea che sogna di fare l’avvocato, anche se dice che “tutta la famiglia mi voleva giornalista”. Si laurea in Giornalismo a Konakri anche se questa non era la sua convinzione. Lì i giornalisti li trattano come bugiardi, ci dice. Nella sua famiglia lo volevano giornalista così “un giorno diventerai famoso”. E’ lui stesso a non credere a questi miraggi e a voler partire per costruire in Europa la sua carriera. Il suo sogno è ancora oggi quello di essere avvocato. Ci dice poi che “non c’è dignità in queste morti in mare” e che da parte dei migranti c’è molta consapevolezza del pericolo che si corre, anche se il viaggio si rivela più pericoloso di quello che immagini. Ci dice infine che è deluso, che questo fenomeno non è una migrazione ma una trappola. L’Europa, un miraggio. Ora Misbao pensa di aver compreso tante cose. Ha conosciuto dove e come va una parte di mondo.

Questi sono solo alcuni degli incontri fatti e che in queste settimane pubblicheremo nel nostro archivio video. Le giornate a Settimo si concludono con una riunione d’équipe, così le chiamano nel sociale, insieme a professionisti della cura. Questa riunione ci serve a comprendere cosa significa attivare questo strumento narrativo: il video-colloquio, il tempo dell’ascolto senza fretta, la condivisione individuale.

Abbiamo invitato Anna Maria Accetta, psicologa del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL 4 di Settimo, Francesca Vallarino Gancia, psicoterapeuta e fondatrice di MAMRE e Cristina Zavaroni, antropologa di MAMRE. Le abbiamo invitate a prendere visione della modalità “video-colloquio” con il proposito di porsi alcune domande reciproche, provando a comprendere se questa raccolta di storie può aprire canali inaspettati della persona.

Anna Maria (ora le chiameremo per nome) racconta la potenza della narrazione auto-biografica nel sociale, racconta come all’epoca di Franco Basaglia far conoscere le storie dei “matti” e delle persone a loro vicine era un modo per far comprendere i corpi estranei e marginali, invisibili, muti e ghettizzati fino a quel momento nella società italiana. Per Cristina il video-colloquio è uno strumento potente d’ingresso nell’altro, si può avere la sensazione di essere invaso fino a chiedersi alla fine del colloqui se il pensiero e il racconto sviluppato è il proprio o quello della persona che lo conduce; con il rischio di un modellamento reciproco della storia che si sta raccontando. Francesca riporta il fatto alla possibilità di creare un rituale di chiusura dei colloqui e di un corridoio tra la narrazione e la cura della persona, confermando il fatto che un video-colloquio come una esperienza laboratoriale possa far saltare il sistema di difesa di una persona.

Allora l’ultima domanda posta da Vacis è “come conoscere gli strumenti di protezione? Quali rituali e quali lingue per comprendersi?” L’incontro si conclude (almeno per ora) con altre suggestioni, dalle esperienze sociali di Françoise Sironi e del Centro Primo Levi di Parigi, ai Giardini di Abele di Sergio Zavoli sul manicomio di Gorizia e la storia di Basaglia, fino ai ragazzi disgraziati della letteratura moderna come Cuore di De Amicis e Oliver Twist di Dickens. Le ore in équipe terminano qui, sciogliamo il tavolo e lasciamo libere le professioniste della cura.

Ora si parte per Novara: incontriamo le Comunità Sant’Egidio e Santa Lucia tra video e laboratori teatrali.

Andrea Ciommiento