Il progetto Zero Favole: conversazione con Stefano Masotti

Stefano Masotti è psicologo clinico, psicoterapeuta e operatore teatrale. Da diversi anni utilizza le pratiche del teatro in ottica educativa, formativa e terapeutica. Con l’ass.ne ZeroFavole di Reggio Emilia si occupa di etica ed estetica delle condizioni differenti. In ottica terapeutica ha utilizzato il teatro come strumento per migliorare i livelli qualitativi e quantitativi di persone in stato vegetativo o di minima coscienza. Per anni ha lavorato alla Casa dei Risvegli di Bologna. In questo caso nel processo di riabilitazione tramite il teatro, Stefano Masotti ha utilizzato protocolli clinici, dai quali si è visto che arricchendo la qualità dello stimolo attraverso il teatro, i parametri fisiologici e comportamentali del paziente presentano, nella maggior parte dei casi, una risposta positiva. Tra i vari progetti teatrali con pazienti e persone disabili, in disagio o in condizione di marginalità sociale, alcuni hanno avuto riconoscimenti medici, come il premio SIMFER per l’innovazione scientifica della riabilitazione italiana, e artistici, come la collaborazione con i Babilonia Teatri, fino all’ospitalità all’interno di festival riconosciuti come Biennale Teatro, Mittelfest e Roma Europa Festival. Alcuni progetti, infatti, non hanno solo uno scopo educativo o riabilitativo, ma anche artistico. È quindi chiaro che il tema del teatro come strumento di inclusione sociale stia ricevendo un interesse forte all’interno di istituzioni culturali.

Come la medicina, la psicologia e il teatro possono collaborare insieme?
In questi ultimi anni abbiamo sviluppato progetti che si fanno carico consapevolmente del legame tra l’ambito della persona e quello artistico, tra la condizione umana e quella estetica delle persone, mettendo in campo competenze specifiche e facendole dialogare tra loro. Questo week-end ad esempio saremo al Mittelfest con l’ultimo progetto spettacolo realizzato con Babilonia Teatri che si chiama “Paradiso”, in cui sono coinvolti tre minori in affido ai servizi sociali. E’ molto interessante perché abbiamo allargato la condivisione progettuale a molti soggetti in gioco, come educatori e direttrice della comunità di appartenenza dei giovani attori, con la psicologa di uno dei ragazzini, con i servizi territoriali. È interessante come gli sguardi e le competenze diverse sulle persone possano familiarizzare e possano essere complementari in un lavoro riabilitativo, educativo ed artistico. Sono convinto che la complementarietà e il coinvolgimento degli sguardi e delle competenze sia necessaria, in particolare se si fa una certa dichiarazione di intenti, come quello della cura delle persone. Credo che possa nascere qualcosa di utile nel momento in cui faccio socializzare, famigliarizzare, dialogare discipline, sguardi e professionalità differenti. Per farlo, ovviamente, serve molto tempo perché sono linguaggi estremamente, o solo apparentemente, distanti, quanto meno nella grammatica verbale e linguistica in gioco.

Come l’arte può diventare generativa?
Bisogna ambire a trovare un equilibrio tra il chiudere e l’aprire, tra proteggere ed esporre questo tipo di lavoro, con le persone in disagio. Dipende sempre dagli obiettivi che mi prefiggo. Molti anni fa ho lavorato con pazienti con disturbi della coscienza a seguito di gravi traumi cranici, facevamo un lavoro molto intimo, in una situazione clinica terapeutica vis a vis tra un operatore, stimolatore e facilitatore della ristrutturazione della coscienza, e un paziente ospedalizzato, in una condizione clinica frequentemente grave. Però alla fine del percorso abbiamo ritenuto che, se il paziente riusciva a sostenerlo, poteva essere utile aprire quel lavoro clinico che si avvaleva di pratiche teatrali, al pubblico, facendo una vera e propria messa in scena. Quindi esponevamo la persona; in quel momento c’era una sorta di corpo malato con una identità frammentata in via di costruzione, e la necessità di quel corpo, a ritornare un corpo sociale. L’opportunità di quella persona di ripresentarsi e ritornare nel mondo. È sempre necessario capire quali sono gli intenti. Se lavoro ad esempio col trauma psichico, o con l’abuso sessuale, questo è delicato e faticoso da esporre, ma pensiamo possa essere vantaggioso perché permette alla persona di incontrarsi, far emergere quel trauma e poterlo narrare per primo a se stesso e all’interno di un contesto sociale. Nel momento di costruzione della narrazione può essere costruito un equilibrio tra l’esposizione e la protezione di quella persona. Se il trauma viene socializzato, se può incontrare lo sguardo della società, può ricevere una accettazione e legittimazione piena anche in ambito sociale e non solo per la persona stessa. Nel momento in cui un paziente, una persona, può guadagnare la possibilità di esprimersi, di svelarsi, guadagna anche la libertà di essere semplicemente quello che è, senza sentirsi sbagliato.

Cosa vuol dire per voi la nascita dell’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona?
Il fatto che un Teatro Nazionale si apra ad una nuova sezione come l’Istituto può sembrare un traguardo naturale e allo stesso tempo necessario per i tempi che viviamo. Per noi che lavoriamo in questo terreno di confine tra le scienze mediche e socio-educative e i linguaggi dell’arte, credo significhi avere una legittimazione formale. Per costruire la dignità di una persona servono due persone; per quanto io possa sentirmi dignitoso ho bisogno di un altro individuo che riconosca e co-costruisca con me la mia dignità. Credo che la legittimazione più grande del Teatro Nazionale sia quella di legittimare il lavoro sulla persona in tutte le sue diversificazioni: artistiche, evolutive, psicologiche, … e in tutti gli ambiti che possono essere coinvolti.

A cura di Benedetta Grasso
Coordinamento Andrea Ciommiento
awareness@teatrostabiletorino.it