La pratica dalla Schiera: dalla “danza del lavoro” all’inclusione

L’Awareness Campus è il tempo giusto per comprendere le pratiche che fondano l’Istituto. Una di queste è la Schiera ma iniziamo da una delle città invisibili di Italo Calvino: Marozia. Rasentando i suoi muri compatti può accadere, quando meno te l’aspetti, che appaia da uno spiraglio improvviso una città diversa, dopo un istante già sparita. La pratica teatrale della Schiera vuole essere quello spiraglio.

“Forse tutto sta a sapere quali parole pronunciare, quali gesti compiere, e in quale ordine e ritmo, oppure basta lo sguardo, la risposta, il cenno di qualcuno, basta che qualcuno faccia qualcosa per il solo piacere di farla, e perché il suo piacere diventi piacere altrui: in quel momento tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze, la città si trasfigura, diventa cristallina, trasparente come una libellula”.

La Schiera è lo spazio in cui tutto ciò può avere luogo, la possibilità di un movimento funzionale alla situazione o a un contesto. È un metodo di apprendimento che sviluppa un respiro comune in uno spazio diversamente abitato. Uno strumento di costruzione della propria presenza scenica e un modo di riflettere sullo spazio e sulle relazioni. Si fonda sull’esercizio costante e rigoroso della consapevolezza (awareness) e dell’attenzione, entrambe rivolte alla costruzione artistica e ad eventuali finalità estetiche: “Ma bisogna che tutto capiti come per caso, senza dargli troppa importanza, senza la pretesa di star compiendo un’operazione decisiva.”

La pratica della Schiera nasce durante la costruzione di uno dei primi spettacoli del Laboratorio Teatro Settimo, nell’autunno del 1985. Lo spettacolo si chiamava “Elementi di struttura del sentimento” e la Schiera era ancora una questione spuria, una pratica di formazione, una drammaturgia dell’ascolto per le attrici in scena, di fatto un lavoro nel quale esercitarsi. Lo spettacolo è stato un punto di svolta del Laboratorio Teatro Settimo sancendo l’innovazione teatrale di quel momento. La storia racconta “Affinità elettive” di Goethe, le donne della servitù costituiscono lo spettacolo. Con questa direzione di sguardo i personaggi secondari – le serve – obbligano la formazione verbale di un nuovo testo per il teatro. Ci sono le serve anziane e giovani. C’è l’accoglienza, la disinfezione, lo spruzzo e il battibecco. C’è la danza del lavoro, appunto.

Il germe di questa pratica è scritto con precisione nella didascalia del copione intitolata “La danza del lavoro”: una musica ripetitiva commenta tutta la scena in cui le quattro ragazze avanzano per presentarsi, avanti e indietro fino a che la corsa non diventa una danza convulsa. Una camminata severa e vera in cui le serve ordinano i lavori di casa fino al parossismo, fino al momento in cui la musica cessa all’improvviso. All’improvviso, come quando tutto è iniziato. Finalmente ci si può riposare un po’, le serve sono esauste e ansimanti.

Una didascalia racconta otto minuti di Schiera presenti all’interno di uno spettacolo della durata di un’ora e quaranta. Un intento preciso: includere un esercizio formativo dello spettacolo all’interno dello spettacolo stesso. Era un’esercitazione, un movimento attraverso il quale si metteva a fuoco una situazione drammatica. Quindi la pratica non è solo l’attuazione di un racconto, ma può misurare il proprio esserci. La didascalia rivela un esercizio volto a individuare le prima caratterizzazione dei personaggi. Si struttura un’esercitazione di laboratorio che serve agli spettacoli e ai suoi contenuti narrativi. E’ presente la caratterizzazione di personaggi non in senso psicologico e verbale. L’obiettivo di queste caratterizzazione è è il bianco ovvero l’annullamento di tutto ciò che è superfluo con l’aggiunta di cicatrici e segni che i personaggi si portano con sé. Così dal testo ai personaggi in azione si comprendono una serie di indizi non necessariamente coerenti gli uni con gli altri. L’obiettivo non è determinare sistemi chiusi ma lasciare varchi come embrioni di realtà.

La Schiera viene poi sviluppata all’interno dello stesso Laboratorio Teatro Settimo come esercizio per l’elaborazione di una presenza scenica consapevole e corale. Nel corso del tempo, attraverso spettacoli come Canto per Torino, Canto delle Città fino al percorso di Fenicie, la Schiera diventa progressivamente luogo compositivo, soprattutto grazie alla ricerca compiuta da Gabriele Vacis con gli allievi attori della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano dal 1993 al 2005.

Negli ultimi anni è diventato un format pedagogico che ha permesso la riflessione su vari aspetti del fare teatro e l’inclusione di persone non legate al mondo artistico. Dal 2008 al 2012 il format prosegue in cinque edizioni sperimentali realizzate presso il Teatro Regionale Alessandrino (Alessandria), il Centro Inteatro (Polverigi) e il Teatro Valle Bene Comune (Roma) trovando il suo sviluppo anche all’interno di progetti-spettacolo chiamati R&J Links e Cerchiamo Bellezza promossi dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.

L’obiettivo è – quindi – lo sviluppo dell’interazione.
Saper stare consapevolmente in relazione con gli altri.
In scena come nel quotidiano.

Andrea Ciommiento
awareness@teatrostabiletorino.it
www.listituto.it